Innovazione 4.0 al kg. Signora, lascio?

Concetti e soluzioni in offerta imperdibile.

by Gian Paolo Lazzer

 Spesso alcuni concetti hanno la fortuna di definire il loro tempo secondo un principio simile a quello della moda. A tal processo non sfugge l’economia d’impresa dove, di decennio in decennio, si sono alternati feticci retorici: le stagioni della qualità, della digitalizzazione, della internazionalizzazione e così via. Negli ultimi tempi, tra i tavoli di direzione si sta imponendo come un mantra ineludibile e indiscutibile il paradigma dell’innovazione – l’unico modo per rimanere in corsa è sapersi innovare, miei cari. Radicale, disrup-

tive, incrementale, di prodotto, di processo, market pull e market push, design driven, top-down e bottom-up.

Il diktat, come tutti i diktat, fa leva sulla paura di una condizione non negoziabile che crea una prima contraddizione di termini: è possibile essere innovativi accantonando la passione? L’innovazione può essere l’unica strada per le imprese? Se guardiamo al passato nessun grande innovatore è stato, per così dire, obbligato ad esserlo: è forse qui

che va cercato il portato innovativo dell’innovazione post-moderna? Nella sua perentorietà? Gli imprenditori, destinatari del messaggio, vedrebbero deformata la loro natura distintiva di decisionisti orgogliosi della propria libertà d’intuito. Allo stesso modo, le strategie implementabili dai manager si ridurrebbero ad una e una sola, in pieno spirito bolscevico.

La seconda contraddizione di termini che emerge dal diktat riguarda una profezia che dipinge uno scenario post-apocalittico di soli innovatori che manca del ter-

rmine opposto, la conservazione. Un paradiso che nasce dallo sterminio dei normali[1]. La crisi economica è un campo di concentramento dal quale si può uscire solo innovando perché innovation macht frei. Non ci sarà più spazio per i custodi del passato. Ma se tutti saranno innovatori tutti saranno, allo stesso tempo, dei conformisti.

Il modo giusto per porre la questione, dopo aver svelato la natura prettamente retorica del diktat, è dare un obiettivo all’innovazione. Il primo passo da affrontare è capire di quale innovazione abbiamo bi-

bisogno e se, in fin dei conti, ne abbiamo bisogno per davvero. Una domanda – ahimè – complicata. Più facile è ragionare sull’innovazione di cui non sentiamo la necessità o meglio su quel tipo di innovazione che ha già manifestato i suoi effetti nocivi e cancerogeni. Cosa scartare? A tal proposito sarà di sicuro aiuto l’analisi sociologica di Harmut Rosa sulle implicazioni dell’accelerazione sia essa sociale, culturale o tecnologica (2013). Secondo il sociologo tedesco le diverse crisi che stanno colpendo il nostro tempo – ecologica, finanziaria, politica e psicologica, a cui aggiungerei una crisi di

tipo estetico – sono l’inevitabile approdo di un sistema che per mantenersi è obbligato ad una crescita esponenziale attraverso la ricerca ossessiva del nuovo. Una novità priva di uno scopo più alto della mera riproduzione dello status quo: l’utilizzo del nuovo per mantenere il vecchio, questa è l’innovazione senza valore. L’innovazione non dovrebbe puntare, perciò, ad un cambiamento ma ad un miglioramento fattuale delle condizioni ambientali del pianeta, della distribuzione delle disponibilità economiche, della rappresentanza democratica e del benessere psicofisico degli individui, della bellezza

dei paesaggi e degli ambienti. L’innovazione di cui si parla nei tavoli di direzione parte da questi punti?

Andando oltre Rosa e focalizzandoci sul mondo delle imprese, risulta necessario che l’innovazione assuma un significato preciso ovvero che sia diretta da valori chiari e scopi definiti. L’innovazione non può essere un valore né tanto meno uno scopo. L’innovazione deve essere un processo a servizio di un fine che non sia la mera sopravvivenza e deve essere guidata da valori specifici in grado di “tenere il timone”. L’innovazione è sartoriale, radicata ai soggetti che la

vogliono implementare e da questi deve partire.

In sintesi, l’innovazione è un fatto sociale, non è buona o cattiva di per sé. Prima di cominciare a ragionare, prima di cercare il consulente o la strategia giusti, facciamo nostre tre considerazioni:

  • L’innovazione non è un processo obbligatorio
  • La conservazione non è antitetica all’innovazione
  • Il nuovo non è per forza buono
  • Il nuovo non è per forza bello.

 

E due domande:

  • Perché voglio intraprendere un processo d’innovazione (qual è il nostro scopo)?
  • Quali sono i principi etici e morali che guideranno tale processo (quali sono i nostri valori)?

Per concludere, ribadiamo il fatto che innovare è una cosa seria e precisa. Seria perché l’innovazione non può essere inquadrata in uno spettacolo fatto di frasi ad effetto e colpi di scena. Precisa perché i processi d’innovazione debbono basarsi sulle due domande

che ci siamo posti. Piccoli accorgimenti per non perdersi nel mare magnum delle retoriche sull’innovazione.

by Gian Paolo Lazzer

[1] https://www.mirror.co.uk/news/uk-news/timed-toilet-breaks-impossible-targets-11587888.amp