Non di rado sentiamo invocare la necessità di un nuovo Rinascimento, in Italia come all’estero: in altre parole, la necessità di tornare a integrare discipline umanistiche e scientifiche nel nome di un’imprenditoria illuminata, in grado di conciliare e riassorbire le reciproche diffidenze. È un’esigenza reale, spesso proclamata anche da quelle imprese in cui il connubio può non sembrare meno fondamentale: se è facile infatti immaginare che il design di interni non possa fare a meno di contaminarsi con l’arte contemporanea, lo è certo meno nel caso della meccanica di precisione o della metallurgia pesante. Da cosa deriva questa difficoltà? Non si tratta semplicemente di una contrapposizione fra due discipline, ma fra le mentalità che esse incarnano.

Mi riferisco alla nota antitesi otium (quiete, inattività) – negotium (affare, occupazione): ed è importante riferirsi ai termini latini, perché ci offrono una prospettiva molto diversa da quella a cui siamo abituati. In italiano l’opposizione ci porta ad attribuire un valore positivo all’attività e uno negativo all’inattività: a differenza del primo, il secondo nome è definito solo attraverso la privazione (il prefisso privativo in-). È soltanto, insomma, una non-attività, una mancanza. Il latino ci presenta una situazione opposta: il negotium (prefisso privativo neg-) è tutto ciò che non è la quiete, tanto che alle sue origini questa parola indicava non soltanto il commercio e la politica ma perfino la guerra.

Certamente, oggi come allora non mancava chi ritenesse il negotium superiore all’otium, e di molto, percependo il primo come indispensabile e il secondo (tutt’al più) come accessorio. E fin dall’antichità schiere di scrittori e filosofi si sono affrettati a chiarire che la libertà da impegni non coincide affatto con la pigrizia inoperosa, né tantomeno con lo svago: nell’otium nobile l’uomo impiega le sue ore in una analisi del sé e una meditazione profonda, diverse dai lavori pratici ma che non sono affatto disgiunte da esse.

Non a caso Cicerone afferma nel De oratore che una vita ideale dovrebbe poter alternare serenamente i due tipi di attività: un’esistenza, per dirsi equilibrata e quindi giusta, deve basarsi su entrambi.

Nessun ostacolo, allora, si oppone alla conciliazione di questi due atteggiamenti? Purtroppo no. Non è affatto immediato, infatti, come davvero la vita otiosa possa avere delle ricadute pratiche. Soprattutto, non è possibile stabilire quanto tempo una persona debba dedicarcisi, prima di poterne ricavare un’utilità nella sfera del negotium. Per riportare il discorso alla contemporaneità e capire come questo antico dilemma sia ora articolato sono sufficienti due esempi.

È vero, infatti, che molte imprese hanno ormai riconosciuto l’importanza della sociologia e della scrittura, ma solo entro i limiti in cui queste discipline possono offrire in breve tempo dei risultati immediatamente spendibili. Penso alle analisi etnografiche finalizzate all’individuazione dei cluster di mercato, alle tecniche narrative (spesso, peraltro, banalizzate oltre ogni dire) applicate alla creazione in serie di slogan e altri elementi utili all’ufficio marketing.

È vero, quindi, che molti team di lavoro possono ora vantarsi di contare al loro interno un sociologo, un filosofo, uno psicologo; ed è certamente un traguardo rispetto alla completa estraneità fra settori che vigeva fino a non molti anni fa (e che tuttora vige in ambienti meno all’avanguardia). Ma si è fatto a sufficienza per valorizzare questi profili nelle imprese? Quale spazio viene loro concesso per studiare, ricercare, mettere alla prova nuove ipotesi e magari anche fallire?