Who’s (still) afraid of the Big Bad Wolf?

Una breve ricognizione della figura manageriale nell’immaginario letterario italiano

by Veronica Tabaglio

 Sono passati più di cinquant’anni (una trentina, a voler restringere il campo al solo mondo della finanza) dalla prima narrazione incentrata sul mondo degli affari e sui suoi personaggi spicco, i manager, ma guardando alle proposte attuali sembra proprio che il lupo perda il pelo ma non il vizio. Cosa distingue, infatti, il fanatismo assolutista, quasi religioso, del dottor Max, personaggio-chiave del Padrone di Goffredo Parise (1965), da quello professato e richiesto al protagonista di Il dipendente (1995) di Sebastiano Nata (pseudonimo di Gaetano

Carboni, general manager di MasterCard Worldwide) o da quello imposto alle tante figure che popolano il romanzo di Giorgio Falco, Pausa caffè (2004)? Gli esempi e le citazioni non si contano, su questo tema. Al di là delle (necessarie) variazioni di trama, la sensazione predominante è che gli scrittori che decidono di fare del mondo del lavoro l’argomento portante delle loro opere non siano riusciti (o non abbiano provato?) a creare e raccontare una realtà diversa da quella consolidata, ormai quasi uno stereotipo.

Lo schema binario padrone schiavista senza scrupoli-dipendente schiavizzato e infelice (con la variante o l’aggiunta del dipendente schiavizzato ma connivente perché convinto di poter prendere il posto, prima o poi, del padrone) è una costante e non viene quasi mai messa in discussione o problematizzata realmente.

Sorgono spontanee delle domande: qual è la ragione di una così schiacciante maggioranza? Questa è davvero l’unica possibilità per i narratori di descrivere un intero ambito della vita umana? Esistono alterna-

tive a questo genere di storia? Iniziamo a rispondere dal fondo: sì, chiaramente esistono. Ma non fanno notizia. E non si deve pensare che l’assenza di titoli in prima pagina sia dovuta solo alla minore portata dell’azienda o, per riprendere una massima attribuita a Lev Tolstoj, perché «si può fare una grande malvagità, ma un’opera buona non si può farla altro che piccola». Per fare un esempio: nonostante il coinvolgimento di una multinazionale, l’importanza del suo esperimento di social business e la notorietà del padrino, Zinédine Zidane, quasi nessuno al di fuori del mondo economico conosce Grameen Danone.
Si tratta di un’impresa nata nel 2005 da un’idea di Muhammad Yunus, fondatore di Grameen Bank, e subito colta da Franck Riboud, CEO del gruppo Danone. Lo scopo è semplice quanto ambizioso: combattere la malnutrizione in Bangladesh, che affligge il 30% della popolazione (il numero sale a 56% se riferito ai bambini sotto i 5 anni), senza ricavarne alcun profitto. Il mezzo è uno yogurt appositamente studiato e arricchito di quei minerali e vitamine che facilmente scarseggiano nella dieta dei più indigenti, venduto a un prezzo tale da renderlo accessibile a chiunque. Non solo: ogni anello della

catena del valore incarna la logica del miglioramento sociale. Così, il latte necessario alla produzione è acquistato da micro-allevatori, la confezione è completamente biodegradabile, si utilizzano fonti di energia rinnovabili, e via dicendo.

Perché storie come quella di Grameen Danone non sono conosciute, o per essere più precisi, perché non hanno un impatto sull’immaginario della società paragonabile alle notizie sugli andamenti del mercato? La spiegazione più banale, che a ogni buona storia serva un cattivo, non regge. Certamente

infatti, la strada che porta a intraprendere e portare al successo una società che non promette alcun guadagno non può essere stata semplice e priva di ostacoli. Il rischio più concreto, semmai, è di essere tacciati di apologia nei confronti di un’azienda che tanto, si sa, “fa così solo per farsi pubblicità”, come se per un narratore rappresentare un caso virtuoso (reale o finzionale) equivalga a svendere la propria onestà intellettuale.

Pare insomma che manchi l’interesse ad approfondire la conoscenza del mondo delle imprese

con le sue (tante) ombre e le sue (meno note) luci, che sia ancora troppo comodo rifugiarsi nel ben collaudato cliché del lupo cattivo. Ci auguriamo che gli scrittori trovino il coraggio di distaccarsi da un modello così datato; agli imprenditori, il compito di fornire loro il materiale su cui lavorare e la motivazione per farlo.

by Veronica Tabaglio